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rievocazione
1969
Storia 1/2
La sera di mercoledì 16 aprile 1969, nella sala del Consiglio Comunale, a quei tempi l'anticamera dell'ufficio del Sindaco Benvenuti, venne fatta una riunione per discutere sulle attività della Pro Loco nel 1968, dei bilanci e in particolare dell'ultima edizione della Mostra di Pittura. Subito i membri del consiglio della Pro Loco si trovarono in netto contrasto fra loro. Si formarono due schieramenti che si potrebbero definire: il gruppo degli anziani e il gruppo dei giovani. I giovani erano: Brotini Sergio, Cinotti Luciano, Innocenti Siro e Fiumi Bruno, che contestavano l'enorme spesa fatta per il catalogo della Mostra di Pittura che fu in parte regalato ed in parte ammucchiato per terra in un angolo di uno stanzino della Villa Medicea il cui salone d'ingresso era allora la sede della Mostra. Gli anziani, Brotini Remo, Bargi Primo, Santini Guido (Presidente della Pro Loco) e Micheli Giovanni (Segretario) sostenevano invece di aver fatto una spesa obbligata in quanto la partecipazione di pittori di una già affermata notorietà era condizionata dalla pubblicazione di questo catalogo. La presenza degli uni e dell'altro davano importanza nazionale alla manifestazione e questo risultò vero negli anni successivi quando questo Premio di Pittura, come valore artistico, risultò in Toscana secondo solo al "Fiorino" Comunque, per tornare in argomento, quella sera, dopo l'esposizione dei bilanci fatta dal tesoriere Nucci Emilio, dai quali risultava un attivo di un milione esatto, fu stabilito (quasi come una sfida) che la somma sarebbe stata equamente divisa fra i due gruppi. Le testuali parole del consigliere Brotini Remo furono queste:" Noi la Mostra di Pittura, anche se cinquecentomila lire sono poche, la faremo lo stesso, ed anche più bella, vedremo voi, con le altre, cosa sarete capaci di fare"? Il gruppo giovani e altri non facenti parte del Consiglio della Pro Loco, fra i quali Bargi Anna, Santini Daria, Ciattini Carlo (Don Carlo), Pezzatini Giovanni, Mancini Brunero, Verdi Antonio, Selmi Antonio, partirono in quarta. Che fare? Gli "intellettuali" si misero all'opera.
Ad uno di essi capitò di leggere, non sappiamo dove, una descrizione di Cerreto dove si parlava del suo antico Castello che sovrastava il borgo, ed intorno ad esso una strada a forma circolare.. .e per rendere meglio l'idea diceva:" Avete presente il gioco dell'oca?" Fu questa l'idea fulminante. La nostra rievocazione sarebbe stata il gioco dell'oca ambientato nel periodo rinascimentale ed in particolare ai giorni in cui i Medici amavano passare le loro vacanze estive al fresco Castello di Cerreto, allietandole con feste paesane. Il futuro ingegnere Cinotti misurò tutto il percorso e lo suddivise in caselle. Brotini Sergio invece aveva già allora idee grandiose (pensava alla dimensione dei dadi che voleva enormi) e concentrava il suo impegno sullo sfruttamento, per la parte centrale dei giochi, della piazza antistante alle scalee di accesso alla Villa. Dove iniziava e finiva il percorso disegnato, al centro della strada, voleva disporre i lanciatori di dadi. Gli spettatori, ai lati della strada, avrebbero potuto seguire i vari movimenti e quanto accadeva nelle caselle dove erano stabilite le penitenze e i vantaggi. Una di queste si trovava al n. 61 di via Santi Saccenti. L'abitazione aveva un terrazzino dal quale avrebbe dovuto pendere una scala di corda Sul terrazzino ci sarebbe stata una dama e il concorrente che arrivava a quella casella avrebbe dovuto salire sulla scala e baciare la dama (non ricordiamo se questa era una penitenza o un vantaggio.. .forse dipendeva dalla dama!).
Alla casella davanti allo sdrucciolo della Porta il concorrente che vi entrava stava fermo un turno, il tempo necessario per discendere fino a metà strada e porgere un fiore ad una dama che era lì ad aspettarlo. Una penitenza in senso inverso davanti alle scale che portano alla Chiesa dove il concorrente doveva salire e porgere il fiore alla dama che attendeva. Altra casella con penitenza davanti a via del Mortaio dove chi vi cadeva stava fermo due turni cioè fino a quando non riusciva a riempire una bigoncia attingendo l'acqua con una brocca di rame alla fontanella sull'angolo. Fra la sfilata iniziale, le penitenze, il rilancio dei dadi ed esibizioni varie dovevano passare circa due ore. A quel punto, dopo la premiazione del vincitore, si doveva valutare l'opportunità di fare la sfilata finale. Gli accessi al paese sarebbero stati chiusi per lo svolgimento della manifestazione, il che avrebbe consentito di chiedere agli spettatori un contributo, ad offerta, per le spese di organizzazione. Per gli addobbi era stato pensato ad una illuminazione ad olio. Per questo motivo partirono per il Comune di Firenze Anna Bargi e Antonio Di Leo per chiedere se era possibile avere in prestito o a noleggio quelle famose padelle ad olio che venivano messe in determinate circostanze alle finestre di Palazzo Vecchio a Firenze e sui parapetti del Lungarno. Il signore che li ricevette fu gentilissimo ma disse che era impossibile avere questo materiale. C'era però la possibilità di fare addobbi con le bandiere con il giglio fiorentino che in varie occasioni il Comune di Firenze dava in prestito.
Queste però erano gestite dal magazzino del Calcio Storico Fiorentino presso il quale dovevamo rivolgersi. Bruno Fiumi a quell'epoca era tamburino della manifestazione fiorentina, fu per lui facile parlare con Luciano Artusi che ne era il massimo dirigente e grande appassionato di storie medicee e di giochi in costume, autore di varie pubblicazioni sull'argomento. Venne fissato un incontro per la sera del 14 maggio 1969. Luciano Artusi fu puntualissimo, anzi era arrivato qualche ora prima per conoscere il paese, le sue caratteristiche e le possibilità che offriva per la manifestazione. Si dimostrò molto interessato, non era però molto convinto del gioco dell'oca perché, secondo lui, troppo dispersivo: la gente che seguiva i concorrenti non vedeva cosa avveniva in piazza e viceversa quelli della piazza non vedevano ciò che succedeva lungo il percorso. Egli consigliò di concentrare tutto nello spazio che si trova davanti alle imponenti scalee del Buontalenti che meglio non poteva esserci come scenario e come ambientazione storica. Ci disse anche che una cosa simile veniva fatta da poco a Scarperia dove partecipava un folto gruppo del Calcio Storico con musici e sbandieratori. Disse infine che lo stesso trattamento potevano farlo anche a noi, sempre ché la manifestazione fosse consona alla loro presenza; se ciò non fosse avvenuto non ci sarebbe stata da parte loro una seconda edizione. Fu subito presa al volo la proposta anche se si doveva ricominciare tutto da capo.
Addirittura furono fatte subito delle proposte di giochi. Il tiro della fune ebbe larghi consensi, poi si parlò di corsa nei sacchi, ma dopo aver saputo dallo stesso Artusi che a Scarperia facevano una corsa nelle bigonce, spiegandoci come, subito adottammo questa idea come secondo gioco, però con un sistema diverso di corsa. Ricordando poi altre manifestazioni storiche che si svolgono in altri paesi e scartata per ovvie ragioni una gara con cavalli, si scelse il tiro con la balestra. Antonio Di Leo disse entusiasta che l'avrebbe costruita lui; e questo fu il terzo gioco. Infine Alvaro Selmi (Raro) disse di aver visto una gara dove i concorrenti stavano sopra a due mattoni e senza poggiare i piedi per terra li portavano avanti uno per volta. Ci riservammo di fare una prova ma come ben sapete questo fu il quarto gioco anche se i mattoni diventarono troppoli in legno e, dopo il primo anno, da due furono portati a tre. Ci lasciammo con il proposito di studiare altre gare e con l'impegno, nei confronti di Luciano Artusi, di far pervenire a Firenze una richiesta scritta per ottenere la presenza del Calcio Storico alla nostra prima manifestazione, correlata da un programma dettagliato. Fu allora un frenetico susseguirsi di preparativi, di nuove idee, di iniziative.
La prima (la più importante) fu quella di stabilire quante contrade dovevano essere costituite, come chiamarle, quali colori dovevano avere e i confini dei loro territori. Fiumi preparò artigianalmente un approssimativa, ma leggibile, pianta del paese sulla quale lavorammo per fare una ripartizione ecua del territorio. Alberto Calugi si impegnò a fare delle gigantesche fotocopie di queste piante che furono colorate a mano e affisse in tutti locali pubblici del paese e delle frazioni, corredate da un volantino dattiloscritto e firmato da Carlo Ciattini, nominato segretario del neo comitato nel frattempo costituito, che aveva stabilito in quattro il numero delle contrade. Scartati i vari nomi proposti come: Porta Empolese, Porta Fucecchiese, Porta Vinciana, Porta Pistoiese ecc. furono scelti quelli di: Porta a Palagio riferendosi alla porta dello Sdrucciolo dove sopra si trovava il palazzo del Podestà di Cerreto e che presumibilmente il suo accesso sarebbe stato vigilato da una scorta armata. Porta S. Maria a Pozzolo per un antico pozzetto vicino al quale fu costruito l'Oratorio di S. Maria (Madonna delle Grazie) fra il 1336 e il 1337. Per Porta Fiorentina non ci furono problemi perché rendeva immediatamente l'idea della direzione alla quale conduceva la strada che da essa partiva. Maggior tempo fu perso per Porta Caracosta perché mancava qualsiasi riferimento di direzione che potesse far nascere un'idea all'infuori del nome "Chiaracosta" che indicava una zona totalmente agricola la cui costa assolata, ricca di vigneti e buona terra, degradava fino al piano.
Tanto è vero che, inizialmente, per questa contrada, i colori scelti erano il verde e il marrone. Il verde a simboleggiare la vegetazione e il marrone la terra. In tutti e quattro i casi fu però lavorato molto di fantasia. Tutto questo fermento e tutto questo movimento stava incuriosendo molte persone, i giovani in particolare considerarono la cosa come un diversivo ed un passatempo e si resero disponibili per una collaborazione, anche perché il periodo delle vacanze facilitò molto la possibilità d'impegno. Furono coinvolti molti genitori per avere un figlio o una figlia che si vestiva da cavaliere o da dama o da concorrente. Le persone impegnate in questa avventura e consenzienti ad indossare un costume cinquecentesco erano già oltre 50. Intanto il comitato si riuniva tutte le sere nelle case di chi gentilmente offriva, ospitalità e collaborazione, come Aladino Venturini, Brunero Mancini o come Luciano Cinotti. Quest'ultimo, oltre all'aia, metteva a disposizione anche qualche cocomero. In queste riunioni serali i componenti del comitato avevano varato anche il quinto gioco ed erano particolarmente felici perché riservato alle donne. L'utilizzazione di queste come gareggianti è una cosa molto rara nelle manifestazioni storiche dove partecipano solo alle sfilate, vestite da dame, al braccio di un cavaliere. Proprio perché si trattava di una gara riservata al gentil sesso non ci veniva in mente nessuna cosa all'infuori del gioco che facevano due ragazze che si lanciavano un cerchietto con l'aiuto di due bastoncini. Alternandosi, una effettuava il lancio mentre l'altra cercava di riceverlo infilandolo a volo.
Nel nostro caso la ragazza era una sola e pertanto il cerchio doveva essere lanciato ad un bersaglio fisso Nacque così la rastrelliera con le tre lance. Intanto Sergio Brotini, fra una pratica e l'altra, buttava giù appunti per il programma della manifestazione. Appunti che poi la sera venivano riletti e discussi da tutto il gruppo. Prese ben presto forma e consistenza tutta la parte scenografica e la stesura dei bandi che dovevano essere letti prima, durante e alla fine dei giochi. Oltre che nella casa di Aladino o sull'aia del Cinotti, ogni tanto queste riunioni venivano fatte intorno ad un tavolo del circolo A.C.L.I. o della Casa del Popolo. Lo scopo era volutamente quello di far sapere a più persone possibili cosa bolliva in pentola. Il primo di agosto, rinunciando alle ferie, Sergio Brotini e il Fiumi piazzarono un ombrellone in Fiera (Piazza XX Settembre) e su un tavolino, preso in prestito alla Casa del Popolo, misero una macchina da scrivere e iniziarono a battere il programma definitivo del Palio del Cerro. Anche questo a scopo pubblicitario perché non poche furono le persone che si fermarono a curiosare e a fare domande. Sergio, con il suo linguaggio colorito e specialmente quando vedeva intorno molte persone che lo potessero ascoltare, ad alta voce com'è sua abitudine, diceva:" A Cerreto, porca..., non l'hanno mai vista una cosa del genere! Altro che mostra di pittura moderna dove la gente "un" ci capisce nulla!" Che mese fu quello dell'agosto 1969 ! Indimenticabile. Anna Bargi, infaticabile, aveva coinvolto altre ragazze e donne per cucire bandierine con i colori delle contrade da mettere alle finestre.
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